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Partendo dalla considerazione, quanto mai realistica, che qualsiasi lotta all’evasione deve implicare necessariamente una fase antecedente di induzione del contribuente a conformarsi agli obblighi fiscali, l’Autore ripercorre le condizioni nazionali (obiettivamente) predisponenti rispetto alla costituzione di volumi elevati di evasione fiscale internazionale. L’elevato livello interno di pressione fiscale può spiegare qualcosa (ma non tutto) degli straordinari volumi nazionali dell’evasione fiscale, fonte primaria della materia finanziaria trasferita (o fatta emergere) all’estero. Non secondario significato è rivestito, in tal senso, dalla debolezza del sistema nazionale dei controlli e dall’inefficacia del sistema di riscossione.

Di tali condizioni non può non tenersi conto allorché si prova ad esaminare le ragioni dell’evasione fiscale internazionale imputabile a soggetti residenti in Italia. Alcune sono normative, in parte non ovviabili, costituendo il costo sociale che la libertà, anche economica, impone di accettare. Altre attengono al carattere davvero virtuale del sistema di monitoraggio pubblico — che dovrebbe censire la costituzione di capitali all’estero — tenuto conto dell’efficacia dei controlli e dell’effettiva proficuità dello  scambio di informazioni.

Da ultimo, verrà in esame il significato della Voluntary disclosure, al netto di miti e di rigidità. Non potranno non essere dette le criticità della procedura emerse già nel quadro normativo primario e secondario, quelle poi scaturite nella pratica, cercando di comprendere l’efficacia reale nel contrasto dell’evasione che è legittimo attendere dai sistemi di trasparenza finanziaria e cooperazione internazionale cui attualmente vengono riferite molte delle proprietà salvifiche.

Ma senza trattenere una prima osservazione.

Il profilo dell’evasore fiscale internazionale disegnato dalla struttura interna del gettito e dal funzionamento della Voluntary disclosure, per quanto si verrà esponendo, non è davvero credibile: pensionato, lombardo, beneficiario quasi involontario di risparmi, originati da assegni pensionistici e da lavoro dipendente prestato all’estero dal de cuius, costituiti fuori del territorio nazionale, tutti,  prima del 2010, pressoché mai alimentati dopo da capitali evasi in ambiente nazionale. Un’evasione “vecchia” consumata da chi ha lavorato all’estero quale dipendente ed ha beneficiato del rendimento dei risparmi. Non titolari di redditi di impresa né di lavoro autonomo, dunque, non amministratori di società di capitali.

Sommario

Introduzione.

  1. Le condizioni nazionali predisponenti dell’evasione fiscale internazionale.

— 1.1. La pressione fiscale e i volumi statistici dell’evasione.  1.2.  La  debolezza dei sistemi di controlli e l’inefficacia del sistema di riscossione.

  1. L’evasione fiscale internazionale.

—  2.1. Le forme. — 2.2. Alcune peculiari premesse normative del fenomeno. — 2.3. BEPS. — 2.4. Le norme interne sul monitoraggio dei capitali all’estero, il sistema dei controlli e lo scambio di informazioni tra diverse giurisdizioni nazionali. —   2.4.1. Il sistema di sorveglianza sui movimenti transfrontalieri di denaro contante in uscita ed in entrata dalla Comunità e tra l’Italia e gli altri  paesi comunitari. — 2.4.2. I presidi antiriciclaggio.  — 2.4.3. Il monitoraggio fiscale per i trasferimenti (tracciabili) da e per l’estero e per la detenzione all'estero di investimenti   ovvero attività di  natura  finanziaria. — 2.4.4. Le risultanze statistiche dei controlli. 

  1. La Voluntary disclosure.

— 3.1. Il quadro normativo. — 3.2. Le principali criticità nel funzionamento della Voluntary disclosure. — 3.3.  Le stime dei capitali irregolarmente detenuti all’estero ed  i progressi nella trasparenza  finanziaria transnazionale. — 3.4. La reale efficacia del sistema di trasparenza finanziaria e fiscale internazionale. 

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