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La certezza del diritto ha rappresentato uno degli obbiettivi principali delle riforme che hanno interessato nel 2015 il sistema sanzionatorio tributario. Valore ritenuto imprescindibile anche per le esigenze della crescita, della sicurezza e della libertà di intrapresa economica.

A distanza di oltre due anni da quell’intervento qual è lo stato dell’arte nel comparto che dovrebbe presidiare il rispetto delle regole fiscali e contrastare le trasgressioni più gravi?  

Lo studio che si pubblica dimostra come la materia del diritto penale tributario resti percorsa da ampia incertezza, pure nel campo della frode nella quale più nitidi dovrebbero essere i connotati distintivi. Lo rivela una variabilità di soluzioni per casi in parte assimilabili, frutto anche delle diverse sensibilità degli interpreti su aspetti decisivi rispetto alla capacità delle norme penali storicamente date di contrastare le forme di evasione più insidiose; queste ultime, non di rado, perpetrate sotto la maschera dalla libertà di scelta del contribuente tra regimi opzionali diversi offerti dalla legge e tra operazioni comportanti un diverso carico fiscale se non ammantate dalle sembianze di  innocue infedeltà.

Ciò che si è inteso depenalizzare con la forza della definizione normativa, come nel caso dell’abuso del diritto, ha trovato modo di riaffiorare in seno alla materia penale, ove accompagnato a condotte mendaci, artificiose o simulate; come non poteva che essere.

Anche sotto il profilo dell’idoneità delle rivisitate fattispecie fraudolente a contrastare le condotte più insidiose, la semplificazione di alcune di esse, come quella di cui all’art. 3 d.lgs. n. 74/2000, non ha palesato particolari attitudine ad intercettare le trasgressioni più serie né comunque ad estendere la portata della  fattispecie: si pensi al caso delle operazioni simulate, condotta presentata come innovativa (anche se figlia legittima dei mezzi fraudolenti)  ma di difficile configurabilità, stretta tra altre fattispecie (anzitutto quella dell’art. 2 d.lgs. n. 74/2000) e limitata da soglie di irrilevanza penale ritenute naturali connotati della fattispecie tanto da non essere mai seriamente messe in discussione.  

Affinché quanto anticipato non finisca per apparire generica scontentezza per il sistema normativo storicamente dato, lo studio approfondisce, ben oltre i limiti di una consueta rassegna. le questioni oggetto di maggiore dissidio interpretativo (par. 3), specie quelle afferenti tematiche che incidono sull’effettiva attitudine delle norme penali repressive di contrastare l’evasione fraudolenta, quella cioè connotata da maggiore antagonismo con la  regola fiscale. In una materia, quella penale, in un cui il divieto di analogia costituisce la base della “accusa” rivolta agli epigoni del principio di effettività e l’interpretazione estensiva e sistematica dinanzi a dati letterali silenti rappresenta il grimaldello contrario.

Tale analisi segue un pur essenziale riepilogo delle regole di funzionamento delle specifiche obbligazioni tributarie presidiate penalmente, dal momento della nascita, sino all’adempimento, anche coattivo (par. 2.2.), ed in particolare delle diverse forme di evasione presupposte dai reati dichiarativi incentrati sulla infedeltà e sulla fraudolenza (part. 2.3.).

Secondo l’Autore, la certezza del diritto, prima che per comandi imperativi rivolti dal legislatore storico agli interpreti, è il risultato della costruzione di un sistema che rifugga iniziative estemporanee avanzate in nome di più o meno sviluppate sensibilità verso le  contingenze economiche ed eviti di imporre agli interpreti soluzioni che trasgrediscono  il principio di non contraddizione. E’ forse già questi approdi costituirebbero prime e più serie garanzie di prevedibilità del trattamento delle condotte.

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