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Evolutosi in forme e direzioni delle quali, nell’immediato, sfugge, in parte, la razionalità e l’orientamento, il controllo valutario è diventato con il tempo, quasi inavvertitamente, presidio delle ragioni fiscali interne e di quelle antiriciclaggio. Progressivamente, i corrispondenti sistemi normativi si sono mescolati, vicendevolmente alimentati, scambiandosi nozioni, strumenti, in parte, obiettivi. Che questa sia una colpa, una sottile slealtà o un’inevitabile evoluzione nella ricerca comune delle diverse ragioni del sommerso è dissidio che non si aspira davvero di comporre.

Certo è che in un quadro esteso di economia sommersa nazionale che nessuno può quantificare, se non attraverso l’insostenibile gravosità del peso contributivo sostenuto da chi è visto ed esiste per il fisco (in luogo di chi da esso si nasconde), negare radicalmente le ragioni di dissuasione sottese alle forme di sorveglianza di quanto favorisce, obiettivamente, l’anonimato e non consente la tracciabilità appare posizione che sfugge il senso di realtà. Aderirvi importerebbe una sola conclusione: la semplice ed incondizionata resa alle capacità contenitive del mercato e dell’individuo. Sulle une sulle altre, si può nutrire qualche dubbio. E d’altro canto non completare, sia pure progressivamente, il cerchio della completa tracciabilità sarebbe chiaramente scelta antieconomica. Si vanificherebbero, con le fatiche, i costi sostenuti per costruire la rete.

Il tema investe, anche, i controlli relativi al contante.

Non vi è dubbio che la voluntary disclosure è, al fondo, anzitutto una manovra economica, volta a favorire la patrimonializzazione delle società e, ad un tempo, un’ultima possibilità di beneficiare di letture meno malevoli – in termini penali - delle originarie e nascoste allocazioni di risorse all’estero. Ma al di là del contingente, quando sarà studiata e comunicata in forme compiute, l’esperienza potrebbe offrire indicazioni preziose, anzitutto sul carattere seriale e multiforme dell’evasione e di quanto la favorisce.

Il tema del contante costituisce un terreno elettivo di vedute contrapposte, che conducono ad aspre prese di posizione in merito all’opportunità di mantenere e di modulare forme di sorveglianza pubblica nella fase della spesa e del trasferimento del tradizionale strumento di pagamento e della popolare riserva di valore.

L’indubbia omogeneità del contante rispetto all’area dell’economia sommersa o, con espressione nuova, non osservata, che c’è ma non si vede, rinsalda la radice della contrapposizione, che resta e rimarrà ben piantata. A qualsiasi cosa esiste ma non si vede, del resto, ognuno è autorizzato a dare un volto. Parimenti, possono disegnarsene liberamente i confini o spiegarsene le ragioni, buone o malevoli che siano. Per l’impiego del contante esse spaziano dalla comodità, alla riservatezza personale e all’abitudine di origine storica od ambientale, dalla mancanza d’accesso e d’attitudine all’impiego di strumenti finanziari più evoluti, sino alla volontà di evadere i doveri tributari e contributivi ovvero di accumulare e gestire proventi criminali.

L’azzardo dell’identificazione delle ragioni del sommerso come dell’utilizzazione del contante è talmente intuitivo, quanto privo di rischi di smentita, che permette di dimenticare alcuni contesti peculiari della realtà economica nazionale che, di contro, occorrerebbe non scordare.

Stando ai dati della Commissione europea, a fronte di una quota del PIL nazionale attestato su poco più del 10% di quello dell’Unione europea, la percentuale di tax GAP IVA del nostro Paese nel 2013 rappresenta il 27,38% del valore complessivo dei 26 Paesi UE, raggiungendo il ragguardevole importo di 46 miliardi (rispetto a 168 complessivi), valori doppi e tripli rispetto a quelli riferiti a Paesi di comparabili dimensioni (Germania, Francia, Regno Unito). In questo quadro esteso e opaco, con una percentuale di transazioni regolate in contanti ampiamente superiore alla media europea, ogni pretesa di cogliere tendenze e segni di efficacia dipendenti dalle modulazioni delle soglie poste alla trasferibilità privata del contante, a tacer d’altro, è audace.

Così, hanno buon gioco nel mantenere la loro opinione sia coloro che riferiscono al controllo del contante una funzione quasi terapeutica, se non taumaturgica, rispetto a pratiche di evasione o comunque criminali. Sia coloro che, alternativamente, v’individuano l’espressione di una cultura di demonizzazione dello strumento, di intralcio ed inibizione ai consumi, a tutto discapito di cittadini colpevoli d’essere sprovveduti o impossibilitati nell’impiego di mezzi di pagamento meno tradizionali. Così, i controlli o i limiti al trasferimento sopra soglia, interni ed esterni, vengono oppostamente vissuti come misure inefficaci ed inefficienti nel contrasto dell’evasione e del riciclaggio e di ottusa complicazione di comportamenti innocui e comuni; ovvero, quali medicine risolutive della malattia, alimentata massimamente dallo strumento utile per anonimi pagamenti ed occulte riserve di valore.

Il dissidio, nella misura in cui costruito e mantenuto volutamente su preconcetti, non è risolvibile. Anzi, esso s’alimenta del disinteresse verso ogni pur necessaria analisi che non trascuri le opportunità (anche illecite) e non ne mitizzi l’esistenza, individuandolo come la sola ragione di ogni sviluppo e di ogni male.

Lo studio si propone di condurre un esame anche storico della normativa e delle esperienze di controllo sviluppatesi dall’inizio del secolo scorso in relazione alle forme di sorveglianza dei trasferimenti di valori verso l’estero, giungendo all’assetto attuale, interessandosi anche delle regole attinenti ai trasferimenti interni di contante. Un esame poggiato sulle evidenze dei dati statistici ufficiali, unica testimonianza ferma dei risultati e degli insuccessi. E giunge a delle conclusioni forse paradossali: il sistema evolve a prescindere dalle esperienze vissute, talvolta seguendo miti e semplici aspirazioni.

L’autore ripercorre l’evoluzione registrata nell’elaborazione del sistema più antico, quello valutario, retto nel tempo da contrastanti impostazioni. Da esso hanno tratto origine sia l’attuale sistema di monitoraggio fiscale che una delle componenti del sistema antiriciclaggio moderno. In esito all’esposizione delle prime tematiche, si dà conto dei principali studi e delle evidenze ufficiali legate al costo, alle funzioni, ai rischi tipici ed alle regole di trasferimento interno del contante, con attenzione per le evidenze delle statistiche ufficiale raccolte.

La memoria del percorso compiuto e la considerazione della non casualità della situazione attuale possono evitare illusioni e rivelare il carattere programmatico di alcune recenti riforme del contrasto all’evasione. Realizzate innalzando soglie, mutando alcune definizioni normative del fenomeno, introducendo norme penali con evidenti zoppie e pretendendo da esse più di quanto è dato alla loro struttura, come nel caso dell’auto-riciclaggio. O, ancora, fidando nel ristabilimento, attraverso sanatorie parziali o definizioni agevolate, di condizioni di futura trasparenza e fiducia reciproca tra contribuente e Fisco, non del tutto garantite dal quadro normativo e dall’esperienza della voluntary disclosure, che pure rappresenta una straordinaria opportunità di conoscenza e di regolarizzazione.

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